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Oggi mi sono fermata in un piccolo parco.
Non per fare qualcosa di speciale, ma per non tornare subito a casa con il rumore ancora addosso.
C’erano margherite ovunque. Piccole, bianche, semplici. Nessuno le sceglie come fiore d’eccellenza. Non sono la rosa, non sono il tulipano. Sono lì, diffuse, quasi invisibili nella loro abbondanza.
E per anni mi sono sentita così.
Presente.
Resistente.
Ma mai la prima scelta.
Scavare dentro sé stessi è un esercizio strano: dà sollievo perché finalmente qualcosa emerge, ma genera anche angoscia perché si tocca con mano ciò che per tanto tempo abbiamo nascosto. È più facile raccontarsi che “non importa essere secondi”, che “l’argento è più elegante dell’oro”, che “non è così grave non essere scelti”.
Finché un giorno quella storia non regge più.
Seduta tra quelle margherite, ho realizzato che non è vero che mi piace essere seconda. Non è vero che non mi pesa essere l’alternativa. È una narrazione che avevo costruito per proteggermi.
Per anni ho provato a trasformarmi. A essere rosa, tulipano, geranio — qualsiasi fiore potesse attirare di più. Ho assunto identità non mie pur di essere accettata. Pur di non rischiare di restare ciò che ero.
Ma la margherita ha una qualità che avevo dimenticato: cresce ovunque.
Spunta tra le crepe del cemento.
Non chiede il permesso.
Non è fragile. È ostinata.
Forse il punto non è diventare un altro fiore.
Forse il punto è smettere di credere che ciò che siamo non sia abbastanza.
C’è una libertà silenziosa nel riconoscere che non dobbiamo competere per essere scelti. Che non dobbiamo snaturarci per essere amati. Che non dobbiamo ridurci per sembrare più adatti.
Tra le crepe, qualcosa cresce comunque.
E forse il coraggio più grande non è farsi scegliere.
È restare fedeli alla propria forma